LA SPIAGGIA – CESARE PAVESE

por pessoaficionado

Cesare Pavese

Nace el 9 de septiembre de 1908 en S. Stefano Belbo (Cúneo) y es el último de cinco hijos de una familia pequeño burguesa de origen campesino. Cuando sólo tiene seis años, su padre muere. Cursa estudios en Turín y, entre sus profesores de la escuela media superior, cabe señalar a Augusto Monti, figura de relieve del ambiente antifascista de la ciudad, amigo de Piero Gobetti y Antonio Gramsci. En 1932 se licencia en letras con una tesis sobre Walt Whitman; en esa misma época, empieza su actividad de traductor con “Moby Dick” de Melville y “La risa negra” de Sherwood Anderson para la editorial Frassinelli. En 1934 es nombrado director de la revista “Cultura”. En mayo de 1935 es detenido por motivos políticos y es confinado en Brancaleone Calabro. En 1936 regresa a Turín y publica el libro de poesía “Lavorare stanca”. Durante la guerra, se refugia con su hermana en Serralunga y, cuando aquélla termina, se inscribe en el Partido Comunista Italiano (PCI); en 1945, publica “I dialoghi col compagno” en el diario “L’Unità”. De su obra posterior destacan las siguientes novelas: “De tu tierra” (1941), “La playa” (1942), “El camarada” (1947), “La casa in collina” (1948), “El bello verano” (1949) y “La luna y las fogatas” (1950); también cabe recordar el atípico “Diálogos con Leucó˜” (1947), las poesías de “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” (1951) y el diario “El oficio de vivir ” (1952). Víctima de repetidas crisis depresivas, Cesare Pavese se suicida el 27 de agosto de 1950 en un hotel de Turín, ingiriendo doce sobres de somníferos.

“Da parecchio tempo eravamo intesi con l’amico Doro che sarei stato ospite suo. A Doro volevo un gran bene, equando lui per sposarsi andò a stare a Genova ci feci una mezza malattia. Quando gli scrissi per rifiutare di assistere allenozze, ricevetti una risposta asciutta e baldanzosa dove mi spiegava che, se i soldi non devono neanche servire astabilirsi nella città che piace alla moglie, allora non si capisce più a che cosa devano servire. Poi, un bel giorno, di passaggio a Genova, mi presentai in casa sue e facemmo la pace. Mi riuscì molto simpatica la moglie, una monella chemi disse graziosamente di chiamarla Clelia e ci lasciò soli quel tanto ch’era giusto, e quando alla sera ci ricomparveinnanzi per uscire con noi, era diventata un’incantevole signora cui, se non fossi stato io, avrei baciato la mano.Diverse volte in quell’anno capitai a Genova e sempre andavo a trovarli. Di rado erano soli, e Doro con la suadisinvoltura pareva benissimo trapiantato nell’ambiente della moglie. O dovrei dire piuttosto ch’era l’ambiente dellamoglie che aveva riconosciuto in lui il suo uomo e Doro li lasciava fare, noncurante e innamorato. Di tanto in tanto prendevano il treno, lui e Clelia, e facevano un viaggio, una specie di viaggio di nozze intermittente, che durò quasi unanno. Ma avevano il buon gusto di accennarne appena. Io, che conoscevo Doro, ero lieto di questo silenzio, ma ancheinvidioso: Doro è di quelli che la felicità rende taciturni, e a ritrovarlo sempre pacato e intento a Clelia, capivo quantodoveva godersi la nuova vita. Fu anzi Clelia che, quand’ebbe con me un po’ di confidenza, mi disse, un giorno che Doroci lasciò soli: “Oh sì, è contento” e mi fissò con un sorriso furtivo e incontenibile.Avevano una villetta in Riviera e sovente il viaggetto lo facevano là. Era quella la villa dove avrei dovuto esser ospite. Ma in quella prima estate il lavoro mi portò altrove, e poi devo dire che provavo un certo imbarazzo all’idead’intrudermi nella loro intimità. D’altra parte, vederli, come sempre li vedevo, nella loro cerchia genovese, passaretrafelato di chiacchiera in chiacchiera, subire il giro delle loro serate per me indifferenti, e fare in sostanza tutto unviaggio per scambiare un’occhiata con lui o due parole con Clelia, non valeva troppo la pena. Cominciai a diradare lemie scappate, e divenni scrittore di lettere – biglietti d’auguri e qualche cicalata ogni tanto, che sostituivano alla megliola mia antica consuetudine con Doro. A volte era Clelia che mi rispondeva – una rapida calligrafia snodata e amabilinotizie scelte con intelligenza fra la cangiante congerie dei pensieri e dei fatti di un’altra vita e di un altro mondo. Maavevo l’impressione che fosse proprio Doro che, svogliato, lasciava a Clelia quell’incarico, e mi dispiacque e, senzanemmeno provare grandi vampe di gelosia, mi staccai da loro dell’altro. Nello spazio di un anno scrissi forse ancora trevolte, ed ebbi un inverno una visita fugace di Doro che per un giorno non mi lasciò un’ora sola e mi parlò dei suoi affari- veniva per questo – ma anche delle vecchie cose che c’interessavano entrambi. Mi parve più espansivo di una volta eciò, dopo tanto distacco, era logico. Mi rinnovò l’invito a passare una vacanza con loro nella villa. Gli dissi cheaccettavo, a patto però di vivere per conto mio in un albergo e trovarmi con loro soltanto quando ne avessimo voglia.“Va bene” disse Doro, ridendo. “Fa’ come vuoi. Non vogliamo mangiarti.” Poi per quasi un altr’anno non ebbi notizie e,venuta la stagione del mare, per caso mi trovai libero e senza una meta. Toccò allora a me scrivere se mi volevano. Mirispose un telegramma di Doro: “Non muoverti. Vengo io”