A sangue caldo – Roberto Saviano

por pessoaficionado

Vorrei dire al lettore di fermarsi qua, di non andare oltre. Di non vedere queste foto. Vorrei dire al lettore di non portare il giornale a casa se ha dei bambini, di non lasciarlo in giro se ha una fidanzata, un compagno, marito o moglie debole di stomaco o che non riesce a sopportare certe immagini.

Vorrei dire al lettore di tenere, per questo mese, la copertina rivolta verso il basso, nascosta. Vorrei dire al lettore di non aprire questo giornale, rischiando di mostrarlo ai vicini di posto, in treno, in metro o sul bus.

Vorrei consigliargli tutto questo, ma non lo faccio. Anzi, so benissimo che scrivendone sto invitando il lettore a guardarle, queste foto, forse anche con maggiore attenzione. Ma non posso fare a meno di avvertirlo: gli daranno fastidio e non perché mostrano fori di proiettile e corpi martoriati. Non è solo questo che raccontano. Queste foto descrivono un mondo e un sistema di cose. Se vedi un corpo martoriato, lo senti lontano, magari ti incuriosisce, ma la curiosità è solo istinto. Soddisfatto, svanisce. Se invece scorgi un meccanismo fatto di regole e prassi che ti vengono svelate e che riesci a comprendere perfettamente, se ti accorgi che tutto è coerente, che tutto ha un senso e segue leggi non scritte ma note, ecco che le foto iniziano a mettere paura, a inorridire, perché smettono di essere “incidenti” e diventano descrizione di un “sistema”.

Eppure, se siete arrivati sino a qui, significa che avete deciso di leggere queste parole e di vedere queste foto. In Messico si combatte una vera e propria guerra civile, più o meno ignorata dai media. Ma i cartelli messicani hanno necessità di comunicare e rendere noto il loro potere. Spesso lo fanno attraverso omicidi spettacolari sapendo che i giornalisti di mezzo mondo non parlerebbero dell’ennesimo omicidio in America Latina, se non per riportarne le brutali modalità: il corpo di una bella donna, una giornalista, loro collega, lasciato esanime in bella mostra nel centro di una città. Con testa e mani mozzate e con parti di computer buttate lì, accanto al cadavere.

Un omicidio tanto efferato quanto simbolico. Un simbolismo che chi si occupa di mafie non fa fatica a riconoscere e a comprendere. La giornalista ha diffuso ciò che ha visto (la testa mozzata) scrivendolo (mani mozzate) sui social network (tasti di computer, un lettore mp3 e diversi cavi). Non è un esempio astratto questo, ma proprio ciò che è accaduto a María Elizabeth Macías, 39 anni, caporedattore di Primera Hora. María Elizabeth Macías non scriveva contro i narcos con inchieste, non svelava tangenti di politici o sbirri corrotti. Semplicemente scriveva come evitare i luoghi pericolosi, i locali dello spaccio e dell’investimento. Come stare al sicuro. Questo è bastato per condannarla a morte.

Vi starete chiedendo come sia possibile che al silenzio preferiscano la notorietà, le pagine dei giornali, l’attenzione. Semplice: per ammonire, per dare avvertimenti, per rendere note la propria forza e la propria ferocia. E soprattutto per stabilire questo: «Si può scrivere di noi, si può parlare di noi, si può raccontare cosa facciamo, ma alle nostre condizioni». Le informazioni possono circolare, ma non ovunque, non per accendere luce e bloccare investimenti. Possono e devono circolare per accrescere la loro fama e i timori degli affiliati e dei cartelli rivali. Quando però le informazioni arrivano a troppi, quando falliscono il loro scopo, scattano le ritorsioni, la morte spettacolare che è monito per tutti.

Non mi stancherò mai di raccontare la storia di Christian Poveda, fotoreporter e documentarista franco-spagnolo, ucciso per aver realizzato un documentario sulle Maras. La vida loca è stato girato quasi interamente alla Campanera, la roccaforte della gang M-18 (Mara 18) in eterna lotta con la rivale Mara Salvatrucha. E la cosa singolare è che Christian Poveda aveva avuto dai capi il permesso di seguirli e riprenderli. Poveda racconta come le strade del Salvador si siano riempite di gang di ragazzini che controllano il traffico di droga e si lanciano in mostruose guerre tra bande. Un esercito che varia dai 30 ai 50mila affiliati. Il documentario fu presentato nel 2008 al Festival internazionale del cinema di San Sebastian e incuriosì molti giornalisti che andarono in Salvador per verificare e approfondire il lavoro di Poveda. Ecco, questo lo condannò a morte: l’attenzione internazionale su ciò che accadeva in un angolo remoto di mondo. L’attenzione internazionale sui traffici e soprattutto sui rapporti tra le Maras e la politica. Il 2 settembre del 2009 sparano in testa a Christian, che però muore in totale silenzio, in Italia, in Europa, ovunque. Lasciando in qualche modo una sorta di ormai fisiologica accettazione: «Hai scritto di queste cose?», o meglio, «Hai ripreso queste cose? Non puoi che essere condannato».

I nuovi killer, le nuove leve, sono adolescenti. Dinamici, curiosi, non costosi e senza famiglie o mogli a cui rendere conto. Un omicidio può esser pagato da 15 euro sino a 10mila euro. Dipende dalla qualità del servizio, dal livello del rischio, dal bersaglio. Sono ragazzini salvadoregni, honduregni, nicaraguensi, guatemaltechi, messicani. Le nuove leve della ferocia contemporanea. Si addestrano sugli animali, sparano ai cavalli in corsa negli allevamenti, in testa ai cani, sulle pecore al pascolo. Poi arrivano agli uomini. La prova che l’organizzazione chiede è di ammazzare e poi tornare sul luogo del delitto, magari andare al funerale per star sicuri di non essere riconosciuti e quindi di aver fatto un buon lavoro, un lavoro pulito. A questo punto la formazione è finita e il compenso si adeguerà alla professionalità del killer.

A volte le migliori risorse per i cartelli criminali sono proprio i bambini che ammazzano per necessità, ma come fosse un gioco. Edgar Jimenez Lugo, detto “El Ponchis”, nel 2010 era considerato il dodicenne più feroce del mondo. Fu arruolato da Julio de Jesús Radilla Hernández detto “El Negro” ed era al soldo del Cartello del Pacifico del Sud. Era un bambino latino ma nato in America a San Diego. Specializzato nel tagliare gole, mentre torturava e sgozzava le sue vittime, veniva ripreso con la telecamera dai suoi compagni che poi caricavano i video su internet. Alcuni video sono ancora visibili e mostrano El Ponchis che picchia un uomo appeso a una corda e sgozza un uomo bendato. A volte, a essere postate erano foto di gruppo in cui i giovani affiliati indossavano passamontagna, avevano droga e impugnavano armi di grosso calibro.
Proprio grazie a questi video, le forze dell’ordine hanno iniziato a indagare su El Ponchis e sono riusciti ad arrestarlo, ormai quattordicenne, il 3 dicembre 2010 all’aeroporto Mariano Matamoros di Cuernavaca nello Stato di Morelos, dove il Cartello del Pacifico del Sud aveva il suo quartier generale. El Ponchis era diretto a Tijuana e da lì avrebbe raggiunto San Diego. Viaggiava con sua sorella Elisabeth, di 16 anni, il cui compito nella banda, probabilmente, era di sbarazzarsi dei cadaveri, scaricandoli sulle strade e sulle autostrade. Secondo le autorità, El Ponchis è coinvolto in dozzine di omicidi e per ogni vittima sgozzata riceveva 2mila e 500 dollari. Eppure, durante l’interrogatorio, ha dichiarato di aver decapitato 4 uomini e di averlo fatto sotto l’effetto di droghe. Ha aggiunto che, se fosse stato rilasciato, avrebbe voluto trovare un lavoro vero e mettersi sulla buona strada.

Ma non sempre i baby-killer vengono reclutati da chi conosce il territorio e i quartieri più poveri. Più spesso la ricerca avviene tramite i narcostriscioni: appesi ovunque, si rivolgono ai soldati promettendo buone paghe e benefici per chi vorrà arruolarsi. In questo modo è stato reclutato dai Los Zetas, poco più che bambino, Rosalio Reta, nato a Houston in Texas. A 13 anni commise il suo primo omicidio negli Stati Uniti, dopo sei mesi di addestramento militare in Messico, in un ranch nello Stato di Tamaulipas. La polizia lo catturò nel 2006, nel comune di Santiago (Nuevo León), dopo aver partecipato all’omicidio di due rivali degli Zetas. Durante l’interrogatorio, riferendosi al suo primo omicidio, disse: «Mi è piaciuto farlo, uccidere quella persona. Mi sentivo Superman». Ma poi aggiunse che preferiva uccidere le sue vittime quando non fossero legate. Troppo facile prendere in mano una pistola e sparare in testa a un uomo disarmato e legato: “Non c’era sfida”. Lui preferiva pedinare le sue vittime e prenderle alla sprovvista, scegliere il momento giusto. Sentire l’adrenalina, il pericolo. Dai 13 ai 17 anni, ha commesso 20 omicidi, tutti per conto degli Zetas.

Insieme ad altri due minorenni, Gabriel Cardona e Jessie Hernández, formava una cellula de Los Zetas in Texas, conosciuta come Los niños Zetas. Vivevano insieme, in una casa affittata per loro dal cartello e guadagnavano 500 dollari a settimana. Rosalio e Gabriel, si erano fatti tatuare due occhi sopra le palpebre, per avere gli occhi aperti, sempre, anche quando dormivano. Durante gli interrogatori, Rosalio, non aveva mostrato alcun rimorso per gli omicidi, temeva solo le ritorsioni dei Los Zetas “per aver sbagliato” un colpo a Monterrey, dove invece di uccidere una sola persona in un nightclub, come gli era stato ordinato, mancò il bersaglio: uccise 4 persone e ne ferì 25, tutti civili non legati alla criminalità organizzata.

Dal 2000, solo in Messico, i giornalisti uccisi dai killer al soldo dei cartelli del narcotraffico sono circa 80. E negli ultimi tre anni, i morti per il controllo del mercato della droga, oltre 15mila. Ciò significa che potrei scrivere per ore e raccontare attraverso le vite di queste persone e attraverso le loro morti la guerra che si combatte in Messico, una vera e propria guerra civile fondata sul denaro. Come tutte le guerre civili, dirà qualcuno, ma qui è costantemente alimentata dalle faide sulla spartizione dei territori. Da quando la Colombia ha smesso di essere un paese distributore, i cartelli colombiani – di Cali, Medellin, ma anche i gruppi guerriglieri Auc e Farc che in realtà hanno sempre gestito il narcotraffico – sono implosi e versano in gravi difficoltà rispetto al Messico che è diventato il centro della distribuzione della cocaina. I narcotrafficanti messicani, a differenza di altri gruppi, a differenza anche delle organizzazioni italiane e di quelle russe, instaurano una vera e propria dittatura del narco. Guatemala, Salvador, Belize, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, sono di fatto colonie messicane, perché il Messico sta conquistando tutto. Tutto. Basti pensare che il territorio con più morti ammazzati al mondo è l’Honduras, da quando è a disposizione dei cartelli messicani e da quando produce cocaina. La Colombia, invece, è in una situazione di ripresa; continua a produrre cocaina ma non distribuendola, risente meno del potere dei narcotrafficanti. Poi c’è il Perù, paese produttore e l’Argentina, che recentemente ha perso un partner importante nella lotta al narcotraffico. A luglio scorso, il ministro della Sicurezza argentino ha ordinato alla Dea, l’antidroga americana, di sospendere le sue attività sul territorio.

Queste sono foto lucide, opache, sfocate, a fuoco. In bianco e nero, i colori del passato, i colori degli incubi. Niente colore per la morte, come se rendere quegli scatti simili al reale fosse un sacrilegio. Alcune sono fin troppo chiare, altre incomprensibili. Spesso ne cogliamo immediatamente il senso, in altre ci sfugge e vorremmo che nessuno scrivesse didascalie, che nessuno ci dicesse chiaramente cosa ritraggono. Preferiamo vedere una X, dei sacchi che pendono dai tralicci, un’insegna sfocata, murales.
Eppure ci parlano di un mondo che ci appartiene. Che, seppure lontano, detta regole anche qui da noi. Il Sudamerica produce e distribuisce la coca consumata in tutto il mondo. Produce quello che in troppi considerano il carburante dei corpi e la sua produzione, distribuzione, la spartizione dei traffici, dei territori, annienta i corpi di chi vi è coinvolto. E ancora una volta bambini, appena adolescenti, baby killer e baby affiliati che per pochi soldi si allenano a diventare soldati della droga. Soldati professionisti.

Chiazze di sangue, fori di proiettile su vetri e mura, bambini con abiti e borse più grandi di loro, con smorfie da adulti, che i loro corpi e i loro volti indossano con disinvoltura. Facce contuse, rivoli di sangue e bocche spalancate. Occhi truci, occhi smarriti, occhi indifferenti, occhi abituati. Corpi tumefatti. La disperazione delle forze dell’ordine, la loro perenne complicità. Armi puntate per gioco, armi puntate per paura, armi puntate per noia, armi puntate per soldi. Armi. Mani in faccia per disperazione, braccia conserte per rassegnazione. Foto in posa con passamontagna, felpe griffate e armi tirate a lucido e bambini, bambini ovunque, che camminano per strada senza far caso a un cadavere appena superato o in capannelli dopo una sparatoria. I bambini, le loro facce, il loro contegno, ci raccontano un territorio in cui chi presta soccorso è rassegnato e guarda in camera provando ad accecarci con quella torcia sull’elmetto. Meglio non vedere, meglio concentrarsi sulla luce. Forse.

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